A cura di Riccardo Terriaca
Partiamo subito da una considerazione centrale. Non ci troviamo di fronte ad una crisi di
mercato.
Facciamo dunque una prima analisi della situazione.
I numeri sono questi. Calo delle vendite di miele, in volume, intorno al 5%. Le vendite in
valore, invece, sono in crescita.
I dati provengono da fonti ufficiali. Va rilevato che il calo dei volumi è assolutamente in linea
con l’andamento di tutti i prodotti dell’agroalimentare, non di prima necessità.
Di contro, abbiamo un significativo aumento delle importazioni. Più 21% in Italia (2022 su
2021 – primi tre trimestri) e più 17% in Europa (2022 su 2021 – primi sei mesi).
Facendo un po’ di calcoli, presupponendo che il mercato è oramai strutturato, in base ai
consumi (domestici + industriali) con un 40-50% di prodotto italiano ed un 50-60% di origine
extra UE, si può dedurre che l’attuale situazione di mercato registri una perdita di quote di
mercato compresa tra il 20 ed il 30% del prodotto nazionale (presumibilmente, per lo più,
invasettato), quota di mercato conquistata dal prodotto a più basso prezzo, presumibilmente
di origine extra UE.
La conclusione conseguente, dunque, è che la situazione non è rappresentativa di una crisi
di consumi generalizzata, ma è una crisi di competitività del prodotto di qualità.
Questione dirimente, in quanto orienta tutto il ragionamento successivo.
Si può sintetizzare come una crisi non della quantità ma della qualità della spesa.
Quali sono le cause?
Intanto alcuni fattori minori, che non vanno però sottovalutati.
- Politiche sugar free
Tutto nasce da un orientamento scientifico che si riassume delle dichiarazioni del professor
Dominique Turck, Presidente del gruppo di esperti EFSA in materia di nutrizione umana:
“Siamo arrivati alla conclusione che, in una dieta nutrizionalmente corretta, l’assunzione
di zuccheri aggiunti e zuccheri liberi dovrebbe essere la più bassa possibile, il che è già in
linea con le raccomandazioni correnti. Pur essendo l’obiettivo originario di questa
valutazione, le evidenze scientifiche non ci hanno permesso di stabilire il livello massimo di
assunzione tollerabile per gli zuccheri nell’alimentazione umana”.
Conseguenze politiche di questo orientamento sono, ad esempio, la proposta di
etichettatura a semaforo, il cosiddetto Nutriscore, che si caratterizza per:
- Fattori negativi: energia intesa come apporto calorico, grassi saturi, zucchero, sodio;
- Fattori positivi: composizione di frutta e verdura, frutta secca, oli di oliva, fibre e
- proteine.
La penalizzazione del miele risulta evidente.
- Cultura vegana/ambientalista
La conseguenza di una visione sbagliata del rapporto api, apicoltori ed ambiente, sta
animando il dibattito sulla competizione delle api da miele con gli altri insetti impollinatori,
che pone addirittura l’apicoltura come elemento critico per la salvaguardia degli equilibri
ambientali. Ma anche la comunicazione che accompagna la promozione del falso miele
(bee free honey) è il frutto di un ragionamento, supportato anche da una parte, per il
momento ancora poco significativa, della comunità scientifica, che cerca di modificare il
paradigma delle api e del suo valore ecosistemico. Su entrambi i temi, ovviamente, non
serve sottolineare la profonda contrarietà di Miele in Cooperativa, che si è già attivata, ai
vari livelli, per contrastare queste assurde teorie.
Il fattore principale della crisi di competitività è però, senza dubbio alcuno, la concorrenza
sleale del prodotto proveniente da paesi terzi (Cina in primis) che viene importato a
quotazioni assolutamente insostenibili se si vogliono rispettare minimi criteri di sicurezza
alimentare, etica produttiva, sostenibilità ambientale e qualità organolettica.
Questi prodotti a basso costo, di incerta provenienza e dubbia qualità, stanno conoscendo
una particolare diffusione anche a seguito di una situazione di crisi del potere d’acquisto
delle famiglie che possiamo definire generale.
Stando ai dati Istat, nei primi 4 mesi di quest’anno/del 2023? si è registrata, nel
complesso, una riduzione in volume degli acquisti pari al 3,5%, con punte di quasi il –
5% per i generi alimentari. «Si spende dunque di più e si acquista di meno, l’inflazione
energetica brucia il potere d’acquisto delle famiglie, erode i risparmi ed incide
pesantemente sui consumi. La conseguenza è una spesa sempre più orientata su canali a
basso prezzo, con rinuncia anche alla qualità».
In questo contesto merita una riflessione il passaggio nella Guida alla lettura della Laudato
SI di Papa Francesco, curata da Carlo Petrini, dove viene evidenziato che “ogni acquisto di
cibo riveste un’importanza cruciale, perché cosa mangiamo orienta cosa coltiviamo e come
coltiviamo, di cosa siamo custodi e come lo custodiamo”. Ciò si traduce nel fatto che il vero
pericolo, oggi, è che questa situazione diventi strutturale.
Come è facile intuire, il piangersi addosso non serve a nulla. Dobbiamo essere propositivi.
Partiamo, dunque, da cosa non fare.
Promozione indistinta, per incrementare il consumo del miele in genere.
A queste condizioni di mercato, sarebbe una ulteriore spinta al consumo di miele a basso
prezzo. Infatti, sui tavoli ministeriali, gli industriali stanno spingendo molto per ottenere un
aiuto in tal senso.
Politica dei costi, ossia puntare sul prezzo come leva di competitività e provare a
contenere i costi di produzione del miele italiano.
Sarebbe la cura peggiore del male. La qualità ha un costo al di sotto del quale non si può
andare. Le aziende apistiche italiane devono puntare sulla qualità, non sui costi.
Contrasto di tipo sanitario alle importazioni, denunciando le sospette adulterazioni e,
più in generale, non conformità dei mieli importati
Non ci sono ancora le condizioni. Non sono attualmente disponibili strumenti analitici di
laboratorio «opponibili in giudizio», in grado di «smascherare» frodi ed adulterazioni.
Passiamo ora alle cose da fare, invece.
Tutelare. Valorizzare. Promuovere.
Ossia, cambiare le abitudini dei consumatori, stavolta, a nostro vantaggio.
Pezzo per pezzo.
Molto concretamente. Abbandonando la politica degli annunci. Delle proteste. Delle
lamentele. Del piangerci addosso.
Passando alla proposta. Alla progettualità. Ai fatti.
Invertendo sostanzialmente il trend. Provocando una inversione ad U, rispetto alla
situazione attuale.
Aggredire le quote di mercato del miele a basso prezzo, conquistando spazi per il miele
italiano.
Difficile? Assolutamente SI
Complesso? Assolutamente SI
Possibile? Assolutamente SI
“Si combattono le battaglia degne di essere combattute, non quelle di cui si è sicuri
di vincere.”
Ovviamente, non me la sono inventata io, ma uno ben più degno di me (Indro Montanelli).
In tal senso, Miele in Cooperativa, anche attraverso il Presidente Riccardo Babini,
recentemente nominato Vicepresidente del Gruppo Miele del Copa Cogeca (la più
importante organizzazione europea di rappresentanza del mondo agricolo e della
cooperazione agroalimentare) ha avanzato la richiesta di avviare le procedure antidumping
per il miele cinese, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il gap di prezzo tra miele di
importazione e miele nazionale, per ridurre quote di mercato import a favore del
miele di qualità (compreso spazio industria). Per i motivi già esposti no dumping
sanitario, ma dumping economico e, volendo, sociale (ma è più impegnativa la
dimostrazione).
L’antidumping è condizione necessaria ma non sufficiente. Dobbiamo andare oltre.
Lo stiamo facendo combattendo la battaglia sulla maggiore trasparenza delle etichette. È
indispensabile che l’informazione verso il consumatore non sia ingannevole. Per questo
motivo ci siamo e ci stiamo tanto impegnando sui contenuti della riforma della Direttiva
Miele. Con risultati più che accettabili. Anche perché, come si suol dire, il meglio è nemico
del bene.
Ma non ci possiamo accontentare. Perché esistono le cosiddette triangolazioni. Ossia
la nazionalizzazione di prodotto extra UE da parte di aziende UE.
La soluzione si chiama tracciabilità. Si chiama blockchain.
Nell’ambito delle attività di tutela, infine, non ci possiamo dimenticare che il miele è il terzo
prodotto adulterato al modo. Un recente studio targato UE ha messo in evidenza il 46% di
campioni sospetti.
Ma non è solo questo il problema.
Riguarda anche casa nostra. Ce lo dobbiamo dire con chiarezza, tra noi.
Nazionalizzazione prodotto estero.
Classificazioni monofloreali superficiali.
Sul tema controlli c’è ancora molto da fare. Si sta lavorando per la qualificazione ed
accreditamento delle metodiche di analisi, ad esempio. Per arrivare ad avere un metodo,
una procedura, un criterio scientifico valido in tutta Europa, che possa essere utilizzato per
smascherare le adulterazioni e tutelare i produttori di qualità.
La crisi di competitività, abbiamo detto in premessa, si contrasta con la tutela, e abbiamo
visto le nostre proposte, ma anche attraverso la promozione e la valorizzazione. Aspetti che
affronteremo nelle prossime newsletter.
Buon viaggio apicoltura di territorio!